A TUTTOFOOD le cifre dei comparti riaprono opportunità e sfide

Milano, 3 maggio 2015– Segnali di risveglio del mercato interno. Conferme da un export che continua a premiare il brand Italia. E strategie in evoluzione per restare competitivi sul mercato.
Queste, in estrema sintesi, le indicazioni che emergono dalle stime delle associazioni di settore e dagli studi sui comparti dell’agroalimentare. Se riposizionamento e nuove modalità di vendita hanno limitato le perdite sul fronte dei consumi interni, è su quello dell’export che le aziende dell’agroalimentare italiano trovano maggiori risposte alla volontà di sviluppo.
All’estero, nonostante il rischio di barriere non doganali e la complessa situazione di alcuni mercati, le opportunità sono varie e diversificate. Non mancano anche spinte positive nel mercato interno, delle quali occorrerà valutare l’efficacia nei prossimi mesi.
 
 
DOLCI e PASTA: UNA CORAZZATA CHIAMATA ITALIA
 
Quello del dolciario è un settore vitale, con una performance produttiva migliore rispetto alla media dell’industria alimentare nell’ultimo anno. Nel 2013 la produzione è cresciuta del +1,3% in volume e dell’1,9% in valore. In termini assoluti è stata di 1.982.640 tonnellate per un valore di 13.382,4 milioni di euro.
 
L’industria dolciaria italiana è seconda in Europa per volumi prodotti, dopo la Germania, seguita da Francia e Regno Unito, ma prima nel comparto dei prodotti da forno e vede anch’essa nell’export un fattore cruciale di crescita: secondo i dati di AIDEPI, dal 2004 al 2013 l’export dolciario ha aumentato di circa l’85% il suo valore. In Italia questo settore è al secondo posto dopo il vino per le esportazioni e vale circa il 12% dell’intero export alimentare nazionale.
 
La pasta italiana continua a piacere in Italia, ma soprattutto all’estero.
L'anno scorso l'export italiano di pasta è cresciuto, secondo Aidepi, del 3,6% a volume e del 3,5% a valore a 2,1 miliardi, superiore al +3,1% del dato dell'alimentare. L'export copre una  quota del 55% della produzione con un notevole potenziale di crescita.
Le nostre imprese, prevalentemente di tipo familiare, garantiscono certamente un prodotto di qualità, ma hanno bisogno di canali per esportare, per evitare di farsi erodere quote di mercato da produttori stranieri di qualità inferiore.
 
Nel primo trimestre le vendite di pasta nella grande distribuzione (fonte: Iri) vedono 206 milioni di pasta secca standard, 11 milioni di integrale, 4,1 milioni di kamut, 1,6 milioni di arricchita semola e 5 milioni di paste riso, mais gluten free.
 
Le paste speciali, come quelle gluten free diventano indicatore del fatto che il consumatore è disponibile a  pagare per prodotti che soddisfano bisogni come la ricerca del salutistico e l'attenzione alla dieta.
 
 
SALUMI: EXPORT ANCORA AL CENTRO DELLO SVILUPPO DEL SETTORE
 
Mentre i dati annuali della produzione sono relativi al 2013, a livello di raffronto mensile nella bilancia commerciale è già possibile guardare al periodo gennaio-settembre 2014.
Nel 2013 la produzione è stata di 1 milione e 179.000 tonnellate (fonte ASSICA) con un -1,5% rispetto all’anno precedente. Un calo che aveva interessato a vario titolo tutti i prodotti della filiera, esclusi i prodotti leader, prosciutto cotto e crudo, rimasti essenzialmente stabili.
I dati dei consumi pro capite si registravano altrettanto complessi, con un calo sensibile: nel 2012 si consumavano 18,3 kg di salumi procapite, scesi a 18 nel 2013.
  
In questo contesto la centralità dell’export per un mercato come quello delle Carni e dei Salumi emerge dagli ultimi dati (ASSICA su base Istat), che mostrano il periodo da gennaio a settembre 2014 positivo per le esportazioni di salumi rispetto allo stesso periodo del 2013: gli invii all’estero di prodotti italiani hanno infatti raggiunto le 112.043 tonnellate (+8,2% rispetto al 2013) per un corrispettivo di 917 mln di euro (+7,5% sul 2013). Il trend positivo è presente anche sull’altro piatto della bilancia commerciale, con le importazioni in crescita del +15,3% nelle quantità e del +11% nel valore.  In generale, il saldo commerciale è salito dell’6,9%, raggiungendo i 775 milioni di euro di valore.
 
Il settore si dimostra in tenuta e ha un andamento migliore sia rispetto all’alimentare in generale (+3,2%) sia rispetto all’export complessivo del Paese (+1,5%).
Tra i Paesi maggiormente interessati al prodotto italiano in Europa (dove le esportazioni sono aumentate del 7,7% - salendo a 89.906 tonnellate), troviamo in crescita la Germania, il Regno Unito, l’Austria, i Paesi Bassi, la Grecia e la Spagna.
Le esportazioni extra UE  crescono del 10%  con un totale di 22.137 tonnellate. Tra i Paesi dove l’export italiano è in crescita, gli Stai Uniti, il Giappone, il Canada, il Brasile, il Libano e Hong Kong. Pesa la crisi Ucraina, che porta con sé un fortissimo decremento dell’export verso la Federazione Russa (-28,8% in termini di volumi).
Tra i prodotti maggiormente esportati nel periodo esaminato: Pancette (+17,2% in quantità) i Prosciutti Crudi (+13,3%) a cui seguono Mortadella insieme a Wurstel Cotechini e Zamponi (+5,3%, i Prosciutti cotti (+3,8) e le Salsicce e i Salami stagionati (+3,1).
 
BEVERAGE:  SETE DI RIPRESA
Dopo un biennio difficile, dall’inizio del 2015 si assiste per questo settore ad una tenue crescita non generalizzata, che viene comunque ancora accolta con prudenza. Vediamo in dettaglio alcuni comparti
 
Ø  BEVANDE:  CONSUMI RIDOTTI
Secondo i dati di IRI, Il comparto delle bevande nelle vendite nel canale moderno, è stato in forte caduta nell’ultimo biennio, con una perdita del 3,3% a volume e del 3,1%  a valore.
A livello di consumo, infatti, la razionalizzazione ha pesato fortemente su questo comparto. Qui hanno agito in forma combinata sia fattori legati al reddito, sia la relativamente alta crescita dei prezzi e, per ultimo, le stesse anomalie climatiche che hanno compromesso il mercato nel pieno della stagione estiva. Tuttavia parte del calo è strutturale ed ascrivibile al cambiamento dello stile di vita delle famiglie che sta penalizzando soprattutto il mondo delle bevande gassate. In questo anche il progressivo invecchiamento della popolazione gioca un ruolo non trascurabile nel lungo periodo. Per l’anno in corso si stima un calo più limitato (sempre al netto di possibili anomalie del clima) anche grazie al raffreddamento dei prezzi medi al dettaglio.
 
 
Ø  ACQUA MINERALE: GDO E HO.RE.CA. DISSETANO GLI ITALIANI
Secondo i dati di Mineracqua il 2014 è stato un anno positivo per il settore delle acque minerali, con una crescita delle vendite dell’1,4% rispetto all’anno precedente, nonostante un’estate tutt’altro che torrida.
E’ cresciuta la produzione, con 12 miliardi e 550 milioni di litri, contro i 12 miliardi e 100 milioni di litri del 2013.
Rispetto ad altri settori, qui il consumo interno fa ancora la parte del leone, con una proporzione di 10 a 1 rispetto all’export: i consumi interni sono infatti stati di 11 miliardi e 400 milioni di litri contro le esportazioni, attestatesi a 1 miliardo e 150 milioni di litri, comunque con un incremento notevole, del 9,2%, rispetto al 2013.
In Italia si beve più acqua minerale: il consumo pro-capite è passato da 167,5 litri nel 2013 a 190 litri nel 2014
Tra i prodotti, le acque lisce rappresentano il 66% della produzione totale,  contro il 18% di quelle frizzanti e il 16% delle effervescenti naturali.
Ben il 71% della produzione è venduto attraverso i canali Iper/Super/ Superettes/Discount, mentre il canale HoReCa/Vending è al 18%. Il dettaglio tradizionale si attesta all11%.
 
 
Ø  BIRRA: CAMBIANO LE ABITUDINI DI CONSUMO
Nei primi 10 mesi del 2014 le vendite –  registrate dalle sole aziende associate ad AssoBirra e che comprende anche alcuni importanti importatori (circa i ¾ delle vendite totali in Italia) - sono state pari a 11 milioni e 244milla ettolitri di birra venduti nei primi 10 mesi del 2014. Un dato in calo dello 0,58% rispetto ai primi 10 mesi del 2013.
Il dato non è positivo perché negli ultimi 10 anni il mercato della birra in Italia è stato sostanzialmente stabile. L’attuale contesto vede l’aumento delle accise (+30% in 15 mesi) influire negativamente sull’andamento del mercato. Una contrazione dei consumi che, secondo Assobirra, rischia di ridurre gli investimenti delle aziende in Italia.
Dopo gli aumenti delle accise del 2013 e del 2014, si è riscontrato un forte aumento della pressione promozionale sostenuta dalle aziende per restare competitivi nella grande distribuzione, che ha fortemente contratto i ricavi dei produttori. Oggi, secondo i dati IRI, la pressione promozionale sul prezzo è del 44,1%, un dato in crescita dell’8,6% negli ultimi 4 anni (nel 2010 era il 35,5%), rispetto ai beni di largo consumo nel loro complesso, per i quali la pressione promozionale si attesta nel 2014 al 28,5%.
Cambiano i consumi, che s spostano dal Fuori Casa (On Trade) all’acquisto nella distribuzione moderna e tradizionale (Off Trade): nel 2013 il primo è sceso dal 41% al 40,3%, mentre il secondo è corrispondentemente salito dal 59% al 59,7%.
Si riduce dunque il consumo fuori casa (bar, ristoranti, pub, ecc.) mentre aumenta il numero di chi acquista birra per poi berla fra le pareti domestiche.
Il consumatore si orienta inoltre verso prodotti più economici e i segmenti top del mercato hanno registrato una forte flessione. La quota di mercato delle Specialità è così scesa dal 13,4% all’11,5%, quella delle Premium dal 30,3% al 26,7%. Le birre di minor prezzo, in particolare il mainstream, vedono, invece, salire i consumi dal 47% al 51%, e le Private Label dal 6,4% al 7,7%.
 
 
 
OLIO: PRODUTTORI CONSAPEVOLI, IN CRESCITA IMPORT ED EXPORT
 
L’Italia è il Paese dell’olio extravergine di oliva per eccellenza, con 900.000 aziende agricole, 1 milione di ettari coltivati ad olivicoltura. Secondo i dati di UNAPROL il primo consorzio olivicolo italiano si stima a1,4 miliardi di euro circa il valore alla pianta delle olive e di 3 miliardi di euro il valore del fatturato generato dalla fase industriale della filiera pari al 3% del fatturato totale dell’industria agroalimentare.
L’Italia è il 2° produttore mondiale di olio di oliva in generale, il 3° produttore europeo di olive da tavola (88mila ton. pari al 3% della produzione nazionale di olive).
L’ Italia è prima in Europa per qualità, con 43 produzioni tra  DOP  e IGP.
A livello di aziende, la situazione è ancora di una forte frammentazione, funzionale alla tipicità della produzione. Si contano, così, 673 confezionatori, 2.624 confezionatori con frantoio, 3.760 frantoi per 350 tipi di qualità diverse.
Il 12% della superficie olivicola nazionale è coltivata a biologico.
I dati più recenti di UNAPROL, riguardanti il 2014 vedono una produzione in calo a 200 mila tonnellate circa (su una media che in genere sfiora le 500mila tonnellate).
A questa situazione fa da contraltare l’import, che nel periodo considerato è stato stimato di 666 mila tonnellate, con un investimento di +23,3% sul 2013, pari a 1 miliardo e mezzo di euro e un + 38% di volumi di prodotto importato su 2013.
Buone notizie dall’export, cresciuto a 411 mila tonnellate; +6% rispetto al 2013, nonostante il saldo negativo in valore stimato in 151 milioni di Euro.  
Tra i Paesi maggiori esportatori di olio italiano Stati Uniti (+5,6% in quantità), Canada (+30% in quantità), Giappone (+5,9% in quantità) e Russia (+30%).
 
 
FORMAGGIO: MERCATO “IN FORMA” SIA IN ITALIA CHE ALL’ESTERO
 
La produzione dei formaggi DOP nel 2014 ha avuto andamenti generalmente buoni, anche se diversificati in base al prodotto. Il grana e il gongorzola hanno visto aumentare la propria produzione rispettivamente del 6% e del 6,4%. Più contenuti gli incrementi di Parmigiano (0,6%) e Asiago (+0,4%). Sia per il grana che per il Reggiano si era verificato un calo nel 2013, a cui fa seguito il recupero dell’anno scorso.
In generale, il 2014 vede la riduzione del 3,1% della produzione di formaggi freschi, passato da oltre 1 milione e 4000 mila forme nel 2013 a 1 milione e 350 mila forme nel 2013 e l’aumento del 22,8% per lo Stagionato, passato da quasi 220 mila forme l’anno scorso a quasi 270.000 quest’anno.
Tra gli altri prodotti latticini, buon andamento per i formaggi freschi (+3,1% a volume), i grana a denominazione (+3,4%), il provolone (+7,2%), il gorgonzola (+2,7%) e i formaggi grattugiati (+9,7% in volume).
L’export caseario nazionale, secondo i dati diffusi da Ismea, ha chiuso il 2014 con ottimi risultati sul fronte dell’export, che si attesta a quota 2,2 miliardi di euro e volumi che superano le 331mila tonnellate di prodotti.
Rispetto al 2013 (elaborazioni Ismea su dati Istat), si è registrata una progressione del 3,3% a volume e del 4,8% a valore, anche se la crisi internazionale causata dal conflitto in Ucraina ha quasi dimezzato le spedizioni verso Mosca e un Euro forte non abbia favorito gli acquisti dagli Usa, calati del 5,7%, a volume, rispetto al 2013.
Bene l’export nei mercati dell’est Europa, in particolare Polonia (+18%), Repubblica Ceca (+9%) eRomania (22%), con crescite a doppia cifra in termini di volume.
Nel mercato extraeuropeo si registrano crescite interessanti in Cina (+41%), Corea (+26%) e negliEmirati Arabi Uniti (+28%).  Si è registrata una dinamica positiva anche in Francia (4,3%), Germania(+6,5%) e Regno Unito (+1,9%).
 
 
 
LA CRESCITA DEL BIO: LA QUALITA’ IN CONTROTENDENZA
 
Sulla base delle elaborazioni Ismea dei dati del Panel famiglie Gfk-Eurisko per conto di SINAB, nei primi cinque mesi del 2014 gli acquisti domestici di biologico confezionato presso la GDO sono aumentati del 17,3% in valore rispetto ai primi cinque mesi del 2013, mentre nello stesso periodo la spesa agroalimentare è risultata in flessione (-1,4%)
 
Le uova, come negli anni precedenti, risultano il prodotto bio più acquistato, con un’incidenza del 9,5% sulla spesa complessiva di bio confezionato e con un incremento degli acquisti in valore che nei primi cinque mesi 2014 (rispetto allo stesso periodo del 2013) è risultato pari al 5,2%.
Gran parte dei consumi di prodotti bio confezionati sono concentrati su poche categorie: le prime quattro (ortofrutta fresca e trasformata, lattiero-caseari, uova, pasta, riso e sostituti del pane) coprono nel 2013 circa il 71% della spesa complessiva sostenuta dalle famiglie italiane presso la GDO.
 
Dal punto di vista della produzione, al 31 dicembre 2013,  gli operatori del settore sono 52.383. Rispetto al 2012 si registra un aumento complessivo del numero di operatori del 5,4%. La superficie coltivata secondo il metodo biologico, risulta pari a 1.317.177 ettari, con un aumento complessivo, rispetto all’anno precedente, del 12,8%.
 
Dall’analisi dei dati sulle importazioni di prodotto biologico proveniente da Paesi terzi, nel 2013 si evidenzia un sostanziale incremento delle quantità totali, pari a circa il 21% rispetto al 2012. A incidere fortemente su tale andamento è soprattutto il settore delle colture industriali (prevalentemente soia), con un aumento rispetto al 2012 del 165,31%. Le altre categorie di prodotto che mostrano variazioni positive rispetto al 2012 sono la frutta (+ 52,40%) e gli ortaggi (+9,67%). I cereali, gli estratti naturali e i prodotti trasformati mostrano invece una netta flessione dei volumi importati, con una diminuzione rispetto al 2012 rispettivamente del 54,56 %, del 27,36% e del 5,96%.
 
 
 

 
Ufficio Stampa Fiera Milano
Rosy Mazzanti – Simone Zavettieri
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Segnali di risveglio del mercato interno. Conferme da un export che continua a premiare il brand Italia. E strategie in evoluzione per restare competitivi sul mercato.

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