Lattiero caseario, settore alle prese con pandemia e nuove sfide

Fiera Milano, Rho
22-26.10.2021

Osservatorio - Il Sole 24ORE

Lattiero caseario, settore alle prese con pandemia e nuove sfide

Il settore lattiero-caseario ha un notevole peso specifico sia in  Italia, sia in Europa. Secondo Agrinsieme, nel nostro Paese il comparto nel 2020 ha registrato un fatturato attorno a 16,5 miliardi di euro, rappresentando circa l’11,5% del giro d’affari totale dell’agroalimentare.

Osservatorio realizzato in esclusiva  per TUTTOFOOD da Il Sole 24 Ore Radiocor

 

 

La produzione di latte è stata di circa 12,6 milioni di tonnellate, livello che ha coperto il 90% circa del fabbisogno nazionale. Agrinsieme, però, ha di recente lanciato un grido d’allarme dinnanzi alla Commissione Agricoltura del Senato: la produzione di latte nazionale si concentra nelle aree più vocate del Nord Italia, mentre importanti territori nazionali, storicamente riconosciuti per la produzione di prodotti tipici, stanno progressivamente perdendo competitività e si trovano nell’impossibilità di effettuare i necessari investimenti strutturali. Così per rilanciare il comparto, il coordinamento di Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari ha chiesto una strategia articolata che potrebbe scaturire dal coinvolgimento dei ministeri di Politiche agricole, Sviluppo economico e Salute e della filiera stessa. Sul tavolo sono state proposte diverse misure: dall’adozione di innovazioni e tecnologie maggiormente diffuse negli allevamenti dei competitor esteri per aumentare la produttività e ridurre i costi di produzione, all’agevolazione per un maggiore accesso al credito, fino all’incentivazione dell’aggregazione economica, anche in forma cooperativa. Agrinsieme ha inoltre suggerito di ampliare l’export, dopo la frenata registrata nel 2020. Il coordinamento di Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari ha anche sottolineato che negli ultimi anni sono stati fatti passi in avanti in tema di sostenibilità: in pochi anni gli allevamenti italiani hanno ridotto del 40% le emissioni del principale gas serra per la zootecnia.

 

I prodotti Made in Italy conosciuti in tutto il mondo

Le aziende italiane del comparto lattiero-caseario sono di varie dimensioni, alcune più votate all’export, altre più specializzate nella promozione in Italia di prodotti locali. Alcune sono più legate al comparto Ho.Re.Ca. o alle piccole gastronomie, altre hanno invece stretto solidi accordi con la grande distribuzione. Le società italiane del settore nell’ultimo periodo hanno dovuto fare i conti con la pandemia, che ha pesato soprattutto sulle aziende esportatrici e su quelle più legate al canale HO.Re.Ca.. Secondo i dati elaborati da Alleanza Cooperative Agroalimentari, dopo anni di crescita, l’export di formaggi italiani ha iniziato con fatica il 2021: nei primi due mesi dell’anno la quantità di formaggi venduta all’estero è calata dell’8,3% in quantità e del 9,3% in volume rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.  L’anno scorso, comunque, l’intero settore agroalimentare, pur avendo vissuto mesi di difficoltà, è riuscito a registrare un bilancio positivo, vantando un export in crescita del 2,5% rispetto all’anno prima, per 46 miliardi di euro. Del resto i prodotti italiani sono famosi in tutto il mondo. Secondo i numeri elaborati da Sace su dati Istat sono gettonati soprattutto da Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Qualità e genuinità sono spesso gli ingredienti alla base del successo dei prodotti italiani nel mondo, intrecciati a doppio filo con anni e anni di investimenti finalizzati a rafforzare il ‘Made in Italy’. D’altra parte il settore lattiero caseario italiano, per continuare ad arrivare nelle tavole di tutto il mondo, dovrà affrontare ancora numerose sfide: dall’aumento dei dazi, alla Brexit, fino al contenimento della concorrenza di prodotti così detti ‘Italian sound’, oltre che le difficoltà create dalla pandemia.

 

Qualità e tradizione segreto del successo di grandi e piccoli

Le aziende italiane sono focalizzate sia su mercato interno, sia sulla conquista di nuovi mercati. Ovviamente i grandi consorzi hanno le spalle più larghe per spingersi in terre lontane e promuovere i propri prodotti. Ma al tempo stesso possono anche fare da apripista ad imprese di piccole e medie dimensioni. Il Consorzio Virgilio è un esempio sotto la lente di numerosi attori del settore. Fondato nel 1966 a Mantova, anno dopo anno è cresciuto affermandosi grazie all’eccellenza dei propri prodotti, tanto da riuscire a superare i 300 milioni di fatturato (ultimo dato ufficiale che risale al 2019). Inizialmente commercializzava più che altro burro e creme fresche, mentre oggi vende una vasta gamma che va dal latte, alla panna, fino al Dop Grana Padano e Parmigiano reggiano, oltre che alle sue note creme (burro, besciamella, mascarpone). In circa mezzo secolo di storia il Consorzio Virgilio è passato dall’associare 27 piccole realtà della campagna mantovana, alle oltre 50 aziende di oggi e più di 1.500 allevatori. Il marchio Virgilio è diventato  un punto di riferimento per la grande distribuzione, ma è conosciuto anche all’estero dove realizza tra il 30 e il 40% del proprio fatturato. I prodotti sono spediti perlopiù in Paesi europei, anche se alcune spedizioni hanno come destinazione il Medio Oriente. La missione del consorzio è portare sulla tavola di milioni di consumatori un prodotto italiano di buona qualità, garantito da una filiera di produzione controllata e certificata, prodotto con le più moderne tecnologie e sempre nel rispetto della tradizione. Già prima del 2016 ha iniziato un percorso verso la sostenibilità, tema centrale nella strategia del marchio anche per gli anni a venire. Il consorzio, in grado di controllare gli standard di qualità e sostenibilità in tutta la filiera di produzione (essendo formata dai propri associati), è già sulla buona strada per abbattere le emissioni nocive e l’introduzione dell’economia circolare. E’ attento anche al packaging dei prodotti, puntando sulla loro compostabilità. Virgilio a parte, in Italia esistono anche realtà più piccole e più giovani, ma con notevoli tassi di crescita e di affermazione sui mercati. Deliziosa, ad esempio, è stata fondata nel 1992 nel barese da Giovanni D’ambruoso e sin dai primi tempi si è specializzata nella produzione e distribuzione di eccellenze nate dal latte pugliese. Il motto dell’azienda è ‘trasformiamo il miglior latte crudo pugliese in specialità uniche e inimitabili’. L’azienda offre i prodotti tipici pugliesi non solamente nelle tavole degli italiani, ma in tutto il mondo, grazie a un’efficiente rete distributiva, sfruttando anche la forza dei social network in cui è presente. Il fondatore, nel corso degli anni, ha alzato l’asticella della qualità: dal 2017 utilizza il latte degli allevatori che nutrono gli animali con mangimi italiani. L’azienda raccoglie latte nel raggio di trenta chilometri dal caseificio e richiede agli allevatori sia elevati standard di qualità, sia il rispetto degli animali. Anche all’estero la qualità è spesso il leit motiv della filosofia delle aziende. La società britannica The Fine Cheese Co. ha come perno della propria strategia la commercializzazione di prodotti artigianali e ricercati. Con sede a Bath, il gruppo da circa trenta anni è produttore, grossista ed esportatore di formaggi britannici perlopiù non pastorizzati e tutti prodotti secondo le regole della tradizione. In fase di crescita l’azienda ha iniziato a vendere i propri prodotti anche all’estero e al tempo stesso a importare in Gran Bretagna specialità di altri Paesi, purché particolari e tradizionali. Ad oggi acquista formaggi e prodotti del latte soprattutto da Francia, Italia, Spagna e Olanda. La numero uno della società, Ann-Marie Dyas, si è impegnata sin da subito a garantire la sopravvivenza della produzione di formaggio tradizionale e a presentare i formaggi di fattoria al più vasto pubblico possibile, partendo dal famoso ‘Cheddar’ tipico delle terre di Bath. The Fine Cheese Co. cerca di sostenere i piccoli produttori indipendenti. I canali di distribuzione della società sono oltre 600 gastronomie, negozi in tutto il Regno Unito e in oltre 30 paesi nel mondo (dall'Austria all'Australia), oltre che il commercio online. La società ha invece deciso di non distribuire i propri formaggi nella grande distribuzione, puntando  su mercati di nicchia.

 

Comparto europeo da 170 miliardi di euro di fatturato

Il settore lattiero-caseario europeo rappresenta aziende che complessivamente fatturano circa 170 miliardi di euro, vantano 12.000 siti di trasformazione del latte e dei prodotti lattiero-caseari, e danno lavoro ad oltre 300.000 addetti specializzati (di cui 45mila impegnati nell’export). Sono oltre 700mila le stalle del Vecchio Continente nelle quali viene raccolto il latte. L’industria europea di trasformazione del latte apporta più di 10 miliardi di euro alla bilancia commerciale complessiva dell’UE. A livello di prodotti in Europa ogni anno sono lavorate circa 162 milioni di tonnellate di latte, trasformate in 29,5 milioni di tonnellate di latte da bere, 9,3 di formaggi, 8,1 di prodotti fermentati e 2,2 di burro. E’ quanto risulta in base ai dati raccolti dall’European Dairy Association (Eda), l’associazione che rappresenta il settore europeo del latte, con sede a Bruxelles, presieduta solamente da pochi mesi da un italiano, Giuseppe Ambrosi, presidente dell’omonimo gruppo lattiero-caseario. «Il successo della nostra industria si basa su un programma comune: un mercato unico, forte e ben funzionante, un’energica politica commerciale, la nostra politica agricola comune e un’agenda ambiziosa per lo sviluppo sostenibile», ha detto lo scorso marzo, in occasione dell’insediamento alla nuova carica.

 

A partire dal 2020 anche il settore del latte ha dovuto fare i conti con la pandemia da Covid-19. Se da una parte sono aumentati gli acquisti di latte e derivati nei supermercati e nei negozi, al tempo stesso il comparto ha risentito del calo della domanda estera e di quella del canale Ho.Re.Ca.. In Italia, secondo le elaborazioni di Ismea, nel 2020 il mese ‘horribilis’ è stato giugno, quando gli scostamenti rispetto al 2019 hanno superato il -31% per il Parmigiano Reggiano e il -23% per il Grana Padano. Ad ogni modo ci sono stati anche lati positivi: nel 2020 la spesa delle famiglie italiane per i prodotti lattiero-caseari è complessivamente aumentata del 7,5% (con picchi che hanno superato il +20% all’esordio dell’emergenza sanitaria), soprattutto grazie all’incremento degli acquisti di formaggi (+9,7%) e di latte UHT (+8,7%). Inoltre Ismea ha sottolineato che dopo la scorsa estate è stata registrata una graduale ripresa del settore, anche per merito delle misure di intervento a favore dell'ammasso introdotte in via emergenziale dalla Commissione europea, oltre che di una forte pressione della domanda mondiale. In particolare, le importazioni cinesi di burro sono cresciute del 46% nel periodo gennaio-luglio 2020 e, nonostante la maggiore convenienza del prodotto proveniente dall'Oceania, i Paesi UE hanno incrementato del 31% le proprie spedizioni verso la Cina e, più in generale, verso tutti i principali Paesi importatori del Medioriente e del Nord Africa (in alcuni casi con variazioni addirittura a tre cifre).

 

Latte e formaggi in marcia verso gli obiettivi di sostenibilità

 I temi della sostenibilità saranno la bussola anche per le aziende del comparto lattiero-caseario. Se non altro perché l’Europa, nella sua strategia Farm to Fork (F2F) ha posto obiettivi importanti. In ambito lattiero-caseario Bruxelles ha indicato che almeno il 25% di tutti i terreni agricoli debbano risultare in agricoltura biologica nel 2030 e al momento solo il 4% dell’attuale “mandria da latte” è biologico. La sostenibilità, dunque, nel settore è ancora lontana, come ha ammonito Ing in un recente studio dal titolo “Why the dairy industry is struggling to meet the EU’s organic targets?”. Secondo il gruppo olandese «la quota di terreni agricoli biologici aumenterà solo quando ci saranno agricoltori che vogliono produrre in tal modo, aziende lattiero-casearie in grado di trasformare il latte creando valore aggiunto, rivenditori e ristoratori fiduciosi nelle opportunità per commercializzare prodotti bio e consumatori disposti a pagare un extra». D’altra parte il settore lattiero caseario, come altri comparti, è già in marcia verso la transizione ecologica.