Il settore agroalimentare alla prova del Covid

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22-26.10.2021

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Il settore agroalimentare alla prova del Covid

A cura di Il Sole24ORE Radiocor

 

Il comparto è riuscito a vantare un rialzo dell’export, ma in Italia deve fare i conti con bar e ristoranti chiusi

 

Il settore agroalimentare Italiano sfida la pandemia, continuando a crescere sui mercati esteri. Sebbene il Fondo Monetario internazionale preveda per quest’anno una frenata del pil mondiale attorno al 4,4%, le vendite nel mondo di prodotti agro-alimentari Made in Italy sono salite nel corso degli ultimi mesi, dimostrando il carattere anticlico del comparto. Nel dettaglio, Istat ha evidenziato che nei primi nove mesi dell’anno l’export italiano del comparto è aumentato del 2,9%, in controtendenza con il -13% delle esportazioni complessive. D’altra parte in Italia il comparto ha pagato dazio a lockdown introdotti per far fronte alla pandemia, risentendo della chiusura di bar e ristoranti. Si profilano contraccolpi, inoltre, anche dalla chiusura di bar e ristoranti in altri Paesi, dalla Germania, alla Francia, sbocchi importanti per il settore. Recenti stime di Ismea indicano che l’impatto complessivo del Covid sull’intera spesa alimentare italiana prevista per il 2020 dovrebbe aggirarsi attorno a -12%, che tradotto in numeri significa una perdita di fatturato di circa 30 miliardi di euro. Cifra quest’ultima che considera non solamente il cibo in sé e per sé, ma anche i servizi legati alla sua distribuzione. Fatto sta che i consumi fuori casa dovrebbero registrare una caduta libera del 48%, ossia di 41 miliardi di euro, a fronte di un aumento dei consumi domestici per cibo pari solo al 7% circa, per un valore corrispondente di 11,5 miliardi. Il saldo è dunque negativo per circa 30 miliardi (http://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/11230).

 

 

Export in crescita anche nel periodo del lockdown

 

La filiera agroalimentare italiana si è distinta anche nei mesi della pandemia, continuando a vendere in tutto il mondo i prodotti italiani e tenendo così alto il nome del nostro Paese. In base ai dati Istat Coeweb, nel primo semestre 2020 l’export food & beverage italiano è stato pari a oltre 22 miliardi di euro, in crescita del 3,5% rispetto allo stesso periodo del 2019 (http://www.coeweb.istat.it/). In testa, con un valore di 13,7 miliardi e un incremento del 5,4% in un anno, le esportazioni di prodotti alimentari, seguite da quelle dell’agricoltura con 3 miliardi e un progresso dell'1,8%. Il primo semestre 2020 è invece stato un periodo nero per tutti i settori italiani, fatta eccezione di quello farmaceutico, a causa ovviamente della pandemia e delle conseguenti misure di restrizione introdotte nei vari stati.

 

 

A ruba i prodotti da forno made in Italy

 

Sempre in base ai dati di Istat Coeweb, nel primo semestre 2020 sul gradino più alto del podio, in quanto a export, si sono attestati i prodotti da forno, con 2,3 miliardi di euro di valore e una crescita del 15,6(http://www.coeweb.istat.it/dizionari/class_merci_segue.asp?livello=AT3). Sono andati bene anche frutta e ortaggi lavorati e conservati, con un valore di 1,9 miliardi e un rialzo del 6%. Più indietro, ma con variazioni positive, i prodotti delle industrie lattiero-casearie con 1,8 miliardi di export (+0,8%). Considerando i mercati di destinazioni, le variazioni più vivaci dell’export italiano sono state registrate in Giappone (+16,9%), Cina (+13,7%) e Oceania (+8%). Sono comunque andati bene anche i mercati di riferimento quali Germania (+6,7%), Svizzera (+5,7%), Stati Uniti e Francia, entrambi +4,2%. Nel primo semestre di quest’anno l’export verso la UE-27 (escluso il Regno Unito) ha sfiorato 12,5 miliardi di euro, quello verso il resto del mondo oltre 9,6 miliardi. Le regioni che vendono di più all’estero sono Emilia Romagna, con 4 miliardi di export, Veneto e Lombardia, con 3,4 miliardi, Piemonte, con 3 miliardi, Campania con 2 miliardi, toscana con 1,26 miliardi d infine il Trentino-Alto Adige, con 1,16 miliardi.

 

 

Digitale e Green nell’agenda delle imprese della filiera

 

Nonostante il buon andamento dell’export, il settore agroalimentare deve affrontare la crisi del mercato interno e deve inoltre prepararsi per conquistare in modo ancora più determinato i mercati esteri nel corso del 2021 quando è prevista la ripresa mondiale, sia grazie ai vaccini, sia grazie alle politiche monetarie e fiscali ultra-espansive. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, ha auspicato una regia nazionale per la creazione di un’agenzia unica che, superando i problemi causati dalla frammentazione del settore, riesca ad accompagnare le imprese della filiera in giro per il mondo, valorizzando il ruolo strategico dell’Ice e quello delle ambasciate (https://www.coldiretti.it/economia/commercio-estero-crescono-solo-cibo-e-medicine). Digitale e sostenibilità devono essere inoltre le direttrici sulle quali si dovranno muovere le aziende del settore, anche quelle più piccole, per rimanere competitive sul mercato e conquistare nuove aree geografiche. 

 

 

Aspettando Biden e l’incognita della Brexit

 

Il settore agroalimentare dovrà tuttavia confrontarsi con due incognite all’orizzonte. La politica internazionale che introdurrà il presidente eletto americano, Joe Biden, non appena si insedierà alla Casa Bianca, e l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, che non è da escludere avvenga in modo violento e senza accordi. Gli esperti, ad ogni modo, sono fiduciosi che nei prossimi mesi assisteremo a un allentamento della politica di dazi introdotta dal presidente, Donald Trump, e al tempo stesso che la Gran Bretagna riesca a scendere a patti con l’Europa (https://24plus.ilsole24ore.com/art/biden-grana-e-limoncello-cosa-cambiera-l-export-italiano-usa-ADynyj1). Per adesso, tuttavia, non vi sono certezze. E intanto, a elezioni concluse, lo scorso 9 novembre, i ministri del Commercio Ue hanno deciso dare seguito al via libera del Wto per imporre dazi per 4 miliardi di dollari sui prodotti Usa importati nel Vecchio Continente (https://www.ilsole24ore.com/art/aiuti-boeing-wto-autorizza-ue-4-miliardi-dazi-merci-usa-ADflirv), portando avanti la guerra dei dazi che circa un anno fa ha colpito anche alimenti e bevande Made in Italy, per un valore di circa mezzo miliardo di euro, abbattendosi su prodotti come il Grana Padano, il Gorgonzola, l’Asiago, la Fontina, il Provolone, oltre che salami, mortadelle, crostacei, molluschi, agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello. La partita è ancora lunga e per adesso non è affatto terminata. Le premesse per una tregua non sono le migliori, anche se Biden potrebbe cambiare le carte.

 

 

Pasta e pomodori un primato italiano

 

La filiera agroalimentare italiana è in testa alle classifiche mondiali soprattutto grazie ad alcuni prodotti. Ad esempio l’Italia ha il primato nelle conserve di pomodoro: quelle Made in Italy, per Nomisma, sono il 43% di quelle vendute in tutto il mondo (https://www.nomisma.it/presentazione-rapporto-industria-alimentare-italiana-oltre-il-covid-19/). L’Italia, inoltre, è forte sulla pasta, pesando il 30% sull’export mondiale, sull’olio d’oliva, al 21% sul vino, al 20%, sui salumi, al 14% e sui formaggi, all’11%. Secondo Coldiretti tutta la filiera agroalimentare, dalla produzione, fino alla vendita e anche alla ristorazione vanta un valore di filiera superiore ai 538 miliardi, dà lavoro a circa 3,6 milioni di persone. Vale fino al 25% del Pil grazie all’attività, tra gli altri, di 740.000 aziende agricole, 70.000 industrie alimentari, oltre 330.000 realtà della ristorazione e 230.000 punti vendita al dettaglio. Considerando l’industria alimentare in senso più stretto, per Nomisma pesa quasi per il 10% sul prodotto interno lordo del Paese e rappresenta il 13% della forza lavoro complessiva. In ogni caso è la quinta al mondo in quanto ad esportazioni, alle spalle di Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi e Francia. La parte del leone è svolta dall’industria alimentare, che in un periodo complesso come l’ultimo decennio è sempre cresciuta, vantando un rialzo del 19%, grazie alle esportazioni volate di oltre l’80%. Il comparto manifatturiero, invece, ha registrato un progresso pari a meno della metà dell’alimentare, attorno al 7%. D’altra parte la chiusura di bar e ristoranti in numerosi Paesi del mondo sta creando difficoltà al comparto. Il vino, ad esempio, ha subito nei primi sette mesi del 2020 un caso dell’export del 4%. La pasta italiana, invece, è andata a ruba, con un incremento a doppia cifra.

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